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Novenario di San Serafino

 Indirizzo: località San Serafino, 09074 Ghilarza (OR)

Il sito di S. Serafino, protetto dai venti freddi, in prossimità di un corso d'acqua perenne, immersa in una vegetazione che ancora nel secolo scorso era ricchissima di specie, a ridosso di piccole fertili valli, presentava tutti gli elementi che favorivano il porgere di una villa padronale e della strutture ad essa attinenti. Sulla costruzione romana, probabilmente nel secolo VII d.C. venne eretta una chiesa bizantina a cui rimanda l'intitolazione.

La chiesa di S. Serafino ed il novenario che la circonda, sorgono sulle pendici dell’altopiano "Perda e pranu", in un'ansa del lago Omodeo.
Scarse in merito le notizie di archivio: all'inizio dei secolo XVII la chiesa risulta in uno stato di completo abbandono: non possiede neppure una cassa di legno dove riporre gli arredi sacri. Le infiltrazioni d’acqua mettono in pericolo la stabilità che richiede continui interventi di consolidamento. Si registrano lavori nel 1603; 1659;1663.

Nel 1657 vi è un solo "muristene"; poi nel secolo successivo, ma soprattutto nell'Ottocento si dà avvio a un notevole incremento edilizio: nel 1882 le casette erano già 44 di cui 17 appartenenti alla chiesa e 27 a privati. Esse furono costruite intorno alla chiesa e lungo una via, a quota leggermente più alta, prospiciente il fiume. Ma, oltre questi dati di archivio, la chiesa offre elementi per una lettura più attenta e puntuale delle sue vicende.
Durante lavori di consolidamento delle strutture, verso il 1950, furono recuperati e in parte dispersi numerosi elementi ceramici. Alcuni di essi, di epoca tardo imperiale, attestavano l’esistenza nel sito di una costruzione ma, gli elementi rinvenuti in maggior parte frammentari, furono insufficienti per stabilire se essa fosse una villa o un edificio di culto.

Una costruzione romana a San Serafino non appare improbabile, in località vicine furono rinvenute testimonianze di vita da riportare al medesimo periodo. Tra esse, due iscrizioni ritrovate a "Sa Manenzia" una nel 1885, l’altra nel 1887 da Giovanni Antonio Manca e dal figlio Giuseppe. Queste furono messe in relazione con la strada da Karalis a Turris, la più importante arteria romana che raggiunta Fordongianus si dirigeva verso Abbasanta attraversando le campagne vicino a S. Serafino.

Lungo le vie romane sorgevano particolari strutture, "Mansiones", che oggi noi chiameremo stazioni di servizio, le quali offrivano ristoro ai viandanti, ai cavalli che trainavano i carri e che diventavano talora dei mercati, perché dalle campagne vicine vi confluivano i contadini per vendere i loro prodotti. Con molta probabilità a "Sa Manenzia" vi era appunto una di queste mansio.

In Sardegna il culto del Serafino è presente solo in questa zona: oltre che Ghilarza, la troviamo a Paulilatino, a Fordongianus e ad Ula Tirso. Nonostante l'antica intitolazione e l'iconografia fedele alla Sacra Scrittura, (Il Serafino è rappresentato con sei ali), oggi il culto è sostituito da quello dell'arcangelo S. Raffaele. La figura dell’Arcangelo ha una storia complessa nella antica filosofia greca e orientale. Egli è il capo supremo degli Angeli, tanto che il suo prefisso arcsi significa "sommo grado". Filone usa la parola Arcangelo per designare il "Logos", e lo stesso Dio è definito "Maestà Suprema degli Spiriti".
Origene e tutti gli gnostici ci presentano Cristo come Arcangelo. Ma degli Arcangeli preposti da Dio ne parla anche il Libro Sacro di Enock etiopico che ne elenca sette: URIEL; RAFFAEL; RAGUEL; MICHAEL; SARIEL; GRABRIEL; JEREMIEL. Quindi la tradizione rabbinica ne enumera sei. Poi ancora i critici razionalistici identificano gli Arcangeli con i Santi immortali iranici: AMESHA; SPENTA che stanno attorno al trono di AHUREA MAZDAH.
Nel Concilio di Laodicea (365), di Roma (745) e di Aquisgrana (789) venne proibito di ammettere altri nomi oltre ai tre Angeli biblici GRABRIEL; MICHAEL; RAFFAEL cui la tradizione cattolica attribuiva esclusivamente il titolo di Arcangelo.

Niente, comunque rimane di questa chiesa bizantina se non l’intitolazione ma, l'alta frequenza delle Chiese intitolate a Santi del calendario greco, attesterebbe nella zona, ed in particolare a San Serafino, la presenza di monaci orientali attivi in Sardegna fin dal VI secolo d.C., essi, insieme al culto dei loro santi, usi, costumi, pratiche agrarie costituendo nell'alto medioevo un elemento importantissimo di cultura.
Secoli dopo, in epoca giudicale, la chiesa bizantina fu ricostruita e ampliata nella forma che è giunta fino a noi pur con qualche modifica: un ambiente di pianta rettangolare ricoperto con tetto ligneo su capriate e abside semicircolare.

La muratura riferibile a tale periodo, oggi quasi completamente manomesso, era a conci squadrati di trachite rossa. Rimangono, invece, gli elementi decorativi esterni del prospetto e del fianco meridionale. Essi sono tutti di grande interesse. Nel prospetto, sulla porta trecentesca decorata a foglie lobate, si notano: una luce a forma di croce, una formella con l'Agnus Dei e lo stemma arborense.
La formella porte le lettere "A. D. Q. T. P. M. M. N." che sciolte significano: "Agnus Dei Qui Tollis Peccata Mundi Miserere Nobis".
In essa è rappresentato l'agnello con una croce imbandierata sullo spalle mentre calca il piede sul demonio che sta supino per terra; l’agnello volge lo sguardo verso il Serafino con le ali dispiegate.

La fiancata meridionale conserva una porta, egualmente archiacuta, sopra la quale è scolpito un albero diradicato che, alla luce delle attuali conoscenze, risulta essere il più antico stemma del Giudicato di Arborea.

Fino a qualche decennio fa, era visibile, nelle mensole di sostegno dell’architrave, un altro elemento decorativo, ora completamente eroso dagli agenti atmosferici, due leoni stilizzati posti a dar maggior risalto e nobiltà alla scena soprastante. Sull’architrave, infatti, è rappresentato un Serafino con figure di dignitari. Sulla sinistra forse due ecclesiastici, uno barbuto con zuccotto e mantello, l’altro con un semplice mantello. Sulla destra due personaggi che dalla veste e dalla capigliatura sembrerebbero essere personaggi di rango elevato.

Il Prof. Giorgio Farris, ha fornito in alcuni contributi, la sua interpretazione delle suddette figure: al centro sta il Serafino che stringe in mano un codice, forse offerto dalla prima figura di sinistra che rappresenterebbe il Giudice Mariano IV, padre di Eleonora d’Arborea, qui effigiato nella trecentesca veste di legislatore, inginocchiato e nell’atto di mostrare sulla mano tesa cinque acini d'uva quasi a sottolineare che fu il promulgatore della legge estensiva della coltura della vite nelle terre del suo Giudicato. Dietro gli sta la figura di un dignitario, mentre alla destra del Serafino stanno, pure inginocchiati le figure di un vescovo e di un diacono.

La presenza di questi personaggi farebbe pensare a una loro attenzione alla chiesa; forse furono proprio Mariano IV e sua moglie Timbora di Rocabertì a dotare la chiesa e volerla ricostruire; anche la vicina chiesa di San Pietro di Zuri ebbe come "operaria" la badessa Sardinia de Lacon, vissuta nel secolo precedente e congiunta di Mariano II.

In epoca più tarda, probabilmente nel XVII secolo, le capriate del tetto furono sostituite da arconi disposti trasversalmente secondo una tecnica diffusa dagli Aragonesi e la chiesa fu dotata di una piccola loggia. Sempre nel Seicento fu eretto il pulpito di cui rimane la bella colonna in trachite. In essa sono scolpiti visi angelici e la "mostra" della vite, motivi caratteristici dell’arte minore sarda, presenti nelle opere degli scalpellini locali nonché in quelle degli intagliatori del legno e delle tessitrici.

Anche il capitello che completa la colonna si pone coerentemente in quel periodo: vicino a Ghilarza esemplari simili li troviamo, infatti, in antiche dimore seicentesche di Fordongianus, di Abbasanta e nel portico di Santa Maria di Ossolo in agro di Bidonì.
La chiesa, pur con vari interventi e di restauro, conservò il suo aspetto medioevale fino al 1884 quando furono costruite due cappelle laterali sicché ebbe l’aspetto cruciforme che mantiene tuttora.

S. Serafino, più delle altre chiese campestri di Ghilarza, è ricca di riferimenti sociali, artistici, culturali. Essa attesta un insediamento, ignoriamo se di breve o lunga durata; esprime il senso religioso di una comunità attraverso i secoli; trattiene echi e suggestioni di età lontane che, se sono chiare nelle vicende maggiori, rimangono, invece, oscure in quelle della piccola storia del nostro paese.

(fonte Parrocchia di Ghilarza – www.parrocchiadighilarza.org)